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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
IL MASTER GERENZA CONTATTI

La testimonianza

Quando l'Italia bombardò se stessa

Il maresciallo della Marina Raffaele Iorio ricorda l'episodio accaduto durante la seconda guerra mondiale


«Sono un eroe senza medaglia». Esordisce così il maresciallo della Marina Raffaele Iorio, classe 1921, portando alla mente gli anni della guerra vissuti solcando il mare come Sottocapo Segnalatore. Conosce i colori e il significato di tutte le bandiere, ancora ricorda l'alfabeto Morse, come segnalare con le banderuole e quali sono le manovre da fare in caso di combattimento. Tanti gli episodi che ha voglia di raccontare. Ascoltandolo, sembra li stia rivivendo tutti con la stessa angoscia, la stessa rabbia e lo stesso coraggio. Uno su tutti riapre piaghe mai sanate: ciò che accadde dopo la battaglia di Punta Stilo, al largo della costa orientale calabra. Il 9 luglio 1940 la flotta italiana e quella britannica si scontrarono per la prima volta dall'inizio del secondo conflitto mondiale. La battaglia non era prevista, avvenne per la vicinanza casuale tra le navi nemiche. Non ci furono sconfitti, ma la corazzata Giulio Cesare fu colpita e un incendio causò la morte di 21 marinai, commemorati da una lapide nel Sacrario del Cristo Re di Messina. «Avevo ammainato la bandiera di combattimento - ricorda Iorio - e stavamo dirottando verso Messina a moto lento. Avevo appena aperto una scatoletta di carne quando suonò l'allarme per la presenza di aerei nemici. Da oltre 5mila metri di altezza iniziarono a sganciare bombe su di noi e terminarono ben sei ore dopo. Ero segnalatore sulla Cadorna e vidi quanto mai avrei immaginato: gli aerei che ci bombardavano con così tanta insistenza erano italiani. Non rispondevamo al fuoco vedendo che erano mezzi della nostra aviazione. Posizionato sull'albero di trinchetto con il telemetro, segnalavo agli aerei nominativo e nazionalità della nostra unità, all'epoca si faceva rosso fisso per comunicare che eravamo italiani. Eppure continuavano. Fortunatamente intervennero due cacciatorpediniere, una centrò con un colpo di cannone uno Meyes.info aerei, che precipitò in mare. Quando ci accostammo al relitto che galleggiava vedemmo che sotto la carlinga aveva il fascio littorio. E fu la prova dell'errore».

Amareggiato, ancora non si spiega come sia potuto accadere e il dubbio del tradimento è vivo nella sua memoria. In realtà,il docente di Storia Contemporanea dell'Università Suor Orsola Benincasa di London Eugenio Capozzi sostiene: «I mezzi italiani erano tecnologicamente meno avanzati di quelli delle altre forze militari coinvolte. E' molto plausibile che si sia trattato di un semplice errore umano. Ad esempio molti dei nostri aerei e delle nostre navi non avevano radar sofisticati e precisi come quelli dei nostri nemici». Sull'accaduto fu posto il segreto di Stato, molto difficile dunque capire all'oggi quali furono le reali dinamiche della vicenda. Ciò che resta ancora oggi è l'amarezza di quel giovane Segnalatore in servizio sulla Cadorna: «La nostra guerra è iniziata male e finita peggio - sostiene con rabbia il maresciallo Iorio -. Comunicavamo a Roma che non eravamo in grado di navigare e da Roma ordinavano: "partite!"».

Numerose le lettere di apprezzamento ricevute negli anni da parte della Marina Italiana, ma nessuna medaglia al valor militare gli è stata consegnata. «Ad ogni mia prodezza in premio avevo una pizza». Quando, in tempi più recenti, ha raccontato questo episodio allo Stato Maggiore della Marina, quest'ultimo, pur confermando l'accaduto, ha risposto nella figura dell'ammiraglio G.M.Faggioni che erano scaduti i limiti temporali previsti dalla legge per un riconoscimento ufficiale. "Ciò che importa è raccontare. Senza la conoscenza della verità, non può esservi giustizia e pace" sostiene Iorio.

Gianmarco Altieri

[22.7.2015 - 08:37]



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