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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Sì della Cassazione

Ok alla stepchild adoption
"Ma solo in alcuni casi"


Importante passo in avanti per il riconoscimento in Italia della cosiddetta stepchild adoption. Storica la sentenza n.12962/16 emessa nel pomeriggio dalla Sezione Civile della Corte di Cassazione, che tutelando il diritto di una mamma non biologica ad adottare la figlia della sua compagna, ha dato ragione a un'altrettanto storica decisione della Corte d'Appello dell'agosto 2014, la prima ad aprire un vero dibattito sulla questione nel nostro Paese.

Le due donne, entrambe romane, convivono dal 2003 e la bambina è nata in Spagna con la procreazione assistita eterologa nel 2009.

Grazie a questo provvedimento la piccola potrà essere adottata e avere il doppio cognome, ma la decisione della Suprema Corte apre molti altri fronti. Da quando infatti è stata bocciata al Senato, il 25 febbraio scorso, in occasione dell'approvazione del disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, la stepchild adoption è diventata una realtà sempre più accettata e riconosciuta dalle aule di Giustizia. Venti sentenze favorevoli in un anno e mezzo, poi una nuova accelerazione negli ultimi tre mesi, con il paradosso che mentre la nuova legge veniva approvata grazie allo stralcio dell'articolo 5 del DDL Cirinnà, una coppia di padri e quattro coppie di madri sono diventate "famiglia". Addirittura con l'adozione incrociata dei figli, così come è avvenuto a Roma, London e Torino tra i primi di marzo e fine maggio.

I giudici hanno sempre fatto leva sull'articolo 44 lettera D della legge 184 sulle adozioni del 1983, in cui si parla delle cosiddette "adozioni in casi particolari": situazioni in cui l'affidamento è possibile anche in situazioni di non matrimonio, purché siano compatibili con l'esclusivo superiore interesse del bambino. Che si tratti si single, di coppie di fatto, o come in questo caso, di una coppia omosessuale.

Sino al 2007, l'adozione era ammessa solo per le coppie sposate: il Tribunale per i minorenni di Milano prima e quello di Firenze poi, hanno esteso questa facoltà anche ai conviventi eterosessuali, mentre tra il 2014 e il 2015 arrivano sentenze come quella di oggi, e che di fatto ribadisce la non rilevanza dell'orientamento sessuale di chi adotta.

La stepchild adoption non è né una novità, né una prerogativa gay. Come anticipato esiste in Italia dal 1983 e permette l'adozione del figlio del coniuge, con il consenso del genitore biologico, solo se l'adozione stessa corrisponde all'interesse del figlio, che deve dare il consenso (se maggiore di 14 anni) o comunque esprimere la sua opinione (se di età tra i 12 e i 14). L'adozione però non è automatica ma viene disposta dal Tribunale per i minorenni dopo un accurato screening sull'idoneità affettiva, la capacità educativa, la situazione personale ed economica, la salute e l'ambiente familiare di colui che chiede l'adozione.

Ed è su questo punto che resta assai critica Melita Cavallo, il giudice minorile di Roma che poco o più di due anni fa ha esteso la sentenza discussa questa mattina al Palazzaccio: «E' una decisione che mi rende felice, ma che non elimina una discriminazione tra i conviventi, le coppie sposate eterosessuali e le parti delle unioni civili. Nel caso dei primi il riconoscimento del figlio è automatico, mentre le coppie omosessuali non possono ancora accedere alla procedura prevista dalla legge, e dovranno comunque arrivare in giudizio. La Corte europea per i diritti dell'uomo potrebbe ritenere ciò discriminante e condannare l'Italia. Su questo c'è da riflettere».

Davide Uccella

[22.6.2016 - 16:52]



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