InchiostrOnline

a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Sonmez

La mia Istanbul
Violenta e bellissima


Cita spesso detti e poeti turchi. Buhran Sonmez sembra un testimone di quella cultura orale che nel Medioriente ha partorito testi sacri e fiabeschi che hanno attraversato i secoli. Una consuetudine alla quale non rinuncia nemmeno al Monastero delle Trentatré di London, ospite della rassegna letteraria Un'altra Galassia. Sonmez viene dal deserto dell'Anatolia, precisamente dal distretto di Hamaya, poco lontano dalla capitale turca Ankara. Cresciuto in una famiglia di origini curde, si traferisce a Istanbul per studiare giurisprudenza. Ma oltre che al diritto si interessa alla letteratura, una passione che diventa qualcos'altro nel 1996, quando viene ferito gravemente dalla polizia. Durante la sua convalescenza in Inghilterra, dove viene curato con il sostegno della Fondazione Freedom For Torture, comincia infatti a sentire il bisogno di scrivere.

Il suo ultimo romanzo, Istanbul Istanbul (2016, edito in Italia da Nottetempo) è già un best-sellers. Un'opera politica data alle stampe mentre il governo di Recep Tayyp Erdogan sembra assumere sempre di più dei tratti autoritari, soprattutto dopo le migliaia di incarcerazioni e di purghe messe seguite al golpe fallito nel luglio 2016.

Protagonisti del romanzo sono un medico, uno studente, un rivoluzionario e un barbiere che condividono una cella tre piani sotto il livello della strada. Come per salvare la loro umanità, i quattro cominciano a parlare, raccontandosi le loro vite e i loro ricordi. Di tanto in tanto vengono interrotti dai secondini che li prelevano uno alla volta per torturarli. Istanbul diventa così una città doppia (ecco spiegata la ripetizione del titolo): bellissima e immortale nel ricordo dei protagonisti, spietata e oscura nei suoi sotterranei.

Le storie che i personaggi del suo romanzo si raccontano creano una bolla di bellezza in mezzo alla violenza. Crede quindi, come scrisse Dostoevskij, che sarà la bellezza a salvare il mondo?

«Certamente. Un vecchio detto turco dice che quando un marinaio trova un'isola in mezzo al mare è una cosa bellissima. Ma quando due marinai trovano un'isola dopo tempeste e naufragi, quella scoperta è ancora più bella e importante. Lo stesso succede nel mio romanzo. Ho scelto di dare voce a persone che stanno soffrendo ma che, nonostante questo, parlano della bellezza della città. Proprio per la loro condizione, Istanbul appare ancora più bella».

Come le Mille e una notte, i Canterbury's Tales o il Decamerone, il suo è un romanzo corale. Ha scelto questo stile per rappresentare una società che oggi appare divisa?

«Non è l'unico motivo. Un poeta turco del ventesimo secolo, Yahya Kemal, diceva che quando contiamo la popolazione di Istanbul, dobbiamo includere anche i morti. Non potevo, parlando di questa città, dimenticare i volti del suo passato, le lingue e i popoli che qui si sono incontrati. Dovevo trovare un modo per farle entrare nel mio romanzo».

Non a caso un altro tema centrale è quello della memoria.

«Noi viviamo per il futuro, come se stessimo sempre aspettando il domani. Ma il futuro dipende dal passato. Se ci dimentichiamo di ieri, non potremo mai apprezzare il domani, né tantomeno costruirlo. Funziona così anche con le città: se lavoreremo per esse, se le difenderemo, se apprezzeremo il loro passato, allora saranno ancora più belle».

La scrittura è stata per lei una forma di cura dopo gli episodi di violenza che l'hanno coinvolta nel 1996?

«Assolutamente sì. Credo che raccontare storie sia utile anche come cura. Per il cervello, per il cuore, per l'anima. La scrittura è stata molto importante durante la mia convalescenza. Quando cominciai a scrivere mi ricordai di mia madre che in un villaggio dell'Anatolia ci raccontava delle fiabe alla luce di una lanterna. Nel paese dove sono nato e cresciuto l'energia elettrica è arrivata soltanto quando avevo 14 anni. Così mi resi conto di voler essere come lei, di voler farla rinascere nelle mie parole e di farmi ascoltare come io l'ascoltavo in quel villaggio in mezzo al deserto turco. Così gli elementi popolari di quelle fiabe sono entrate nei miei romanzi. Nel 2009 uscì il primo, North, nel 2011 Innocenti (Del Vecchio editore). L'ultimo è Istanbul Istanbul. ».

Molti intellettuali e giornalisti sono stati incarcerati in Turchia. Ha paura per la sua incolumità e per la sua libertà d'espressione?

«Io sono parte della società e per questo anche io ho paura. Oggi in Turchia non hai bisogno di immaginazione. Si vede tutta la paura della gente e la cultura del sospetto che la politica ha alimentato».

Pensa che oggi gli scrittori turchi debbano essere obbligatoriamente politicamente impegnati?

«Credo che uno scrittore debba essere compromesso con i suoi ideali, non con partiti o movimenti particolari».

Crede che il referendum costituzionale che ha sancito il passaggio verso un sistema presidenziale abbia cancellato la generazione del Gezi Park, con la quale anche lei è sceso in piazza e protestare contro il governo?

«No. Il governo è riuscito a manipolare il voto. Noi sappiamo di aver vinto e ne siamo molto orgogliosi. Tuttavia dovremmo imparare ad essere furbi come il governo».

Lei ha origini curde. Pensa che le guerre che tormentano il Medioriente possano cambiare il destino della sua etnia?

«La questione curda è allo stesso punto di un secolo fa. Siamo divisi tra diverse nazioni, oltre ad essere divisi tra noi stessi. In particolare, la Turchia non è amichevole nei confronti dell'etnia curda, quindi credo che nel breve futuro non ci sarà una via d'uscita. Ma sul lungo termine penso che, sì, ci sarà una soluzione. Definitiva e permanente, perché alle radici della questione curda ci sono persone che chiedono i loro diritti. Diritti democratici e culturali che non potranno più essere ignorati».

Antonio Lamorte

[14.6.2017 - 14:35]



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