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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
Fondazione Terzo Pilastro
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Nel convegno a Roma

Le proposte di Randhall
per un buon giornalismo

David Randhall, senior editor del settimanale �Indipendent on Sunday� di Londra


Due Inghilterre: quella di soli bianchi nel quartiere di infanzia di David Randhall, senior editor del settimanale "Indipendent on Sunday" di Londra, e quella odierna di suo nipote fidanzato con una ragazza "dal volto e i capelli neri". Si apre con queste immagini tratte dalla vita vissuta, la sessione di lavori pomeridiani della due giorni di convegni (26 e 27 giugno) "Tra le parole e i fatti: dove i pregiudizi condizionano la comunicazione". "Mio nipote un giorno scoprir� che i nonni della sua ragazza vengono dall'Africa come tanti britannici, ma non gli importer� perch� questa � la sua quotidianit�, una normalit� diversa da quella Meyes.info anni Cinquanta e Sessanta dell'Inghilterra" afferma il giornalista britannico scendendo tra i presenti seduti nei banchi semicircolari dell'Auditorium Antonianum, location delle sessioni formative organizzate dall'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio, insieme a Studiare Sviluppo, con la collaborazione di Facebook e il patrocinio della Rai.

Randhall fa riferimento agli episodi di discriminazioni che gli afrocaraibici in quegli anni erano costretti ad affrontare quotidianamente e che colpivano quelle stesse persone con cui lui � entrato in relazione solo all'et� di trent'anni. Segno dell'evoluzione dei tempi. "La discriminazione in Inghilterra - spiega il giornalista - � un reato solo dagli anni Settanta e la legge sull'odio razziale risale al 2006. Eppure basta accendere la tv per accorgersi che ci sono giornalisti e presentatori di colore. Come ci siamo riusciti? Il cambiamento, iniziato negli anni Sessanta, non ha riguardato tanto i media, quanto piuttosto il pubblico" � la risposta netta.

La riflessione di Randhall, i cui articoli sono stati pubblicati su diverse testate africane, russe e statunitensi e in Italia sul settimanale "Internazionale", parte da un elemento di positivit�: "Se consideriamo il razzismo un virus, non potr� sopravvivere a lungo purch� si mantengano rapporti quotidiani con le persone discriminate. Siamo davanti a una nuova normalit�: il pubblico � cambiato e i media hanno dovuto fare lo stesso".

Il suo invito ai giornalisti � cercare storie positive che hanno per protagoniste le persone di colore e non lasciarsi annebbiare dagli aspetti pi� drammatici e negativi dei fatti di cronaca che li riguardano. "Man mano che riflettevo sul nostro modo di raccontare la questione razziale - racconta David Randhall - mi sono reso conto che i volti neri che apparivano sul giornale, a parte quelli di qualche cantante e attore, erano tutti di detenuti. C'era un motivo: le persone di colore non percepivano se stesse come parte della comunit� nazionale. Per loro un giornale come il mio era per soli bianchi e per questo non mi contattavano mai". Da qui ha compreso che occorreva invertire la rotta avvicinandosi lui alle loro storie: cos� ha osservato una riduzione di quelle di criminalit� a vantaggio di quelle che riguardavano persone di successo. Il segreto sta nel coinvolgere le persone discriminate guardando sempre la stella polare del giornalismo: cercare la verit�, raccontando fatti che rispecchiano la realt� senza opinioni, n� pregiudizi.

L'idea di impedire le discriminazioni con le leggi per Randhall � pura illusione, ma ci� non significa che sia impossibile combatterle. Cos� lancia delle proposte: riconoscere Facebook e Google come editori in modo da renderli responsabili di ci� che pubblicano, costringerli ad assumere giornalisti e moderatori e creare software per identificare le fake news. In pi�, secondo il giornalista britannico � giunto il momento di inserire nei programmi scolastici una materia che educhi i ragazzi ad essere consumatori scettici ponendosi le stesse domande dei giornalisti: "Qual � la fonte di questa notizia? � una storia vera o pura propaganda?"

"Ci vorr� molto tempo per eliminare le discriminazioni" sottolinea Randhall che ricorda come a lungo in Inghilterra il dibattito sulle migrazioni � stato soffocato perch� il solo pensiero sembrava tradursi in un discorso razzista. "I mass media - afferma convinto - possono intervenire massicciamente per ridurre il pregiudizio razziale. Ad esempio menzionando il colore della pelle solo quando � funzionale a raccontare una storia, ovvero nella minor parte dei casi".

L'uso dei termini adoperati in molte narrazioni, anche mediatiche, attinge ancora a un dizionario linguistico che � un retaggio coloniale. Lo mette in luce Gianluca Gabrielli, storico del razzismo che ha moderato la sessione successiva dal titolo "Il pregiudizio afrofobico nella propaganda colonialista a confronto con quello della comunicazione contemporanea". Il parallelo risulta impietoso: "Oggi emerge l'eredit� storica delle discriminazioni tramandate nel corso del tempo. Spesso - spiega Gabrielli - denunciamo il razzismo quando funziona come arma culturale e politica, ma l'unica difesa che abbiamo contro l'uso di parole dispregiative e denigranti � la conoscenza dell'espansione e della mefitica efficacia di questo fenomeno".

Tra questi termini c'� anche il concetto di "razza" che, spiega Mercedes Frias, attivista e prima parlamentare di origine afrocaraibica eletta in Italia, pur non avendo un fondamento biologico, � un mito che resiste nella quotidianit� in quanto retaggio del periodo coloniale. Contestando saperi troppo eurocentrici, contrapposti a tutti gli altri "senza cittadinanza", Frias si indigna per la pretesa di incasellare le persone vittime di discriminazioni in una stesso schema rigido, una rappresentazione aderente a canoni che non rispecchiano l'individualit� di ciascuno: "Noi siamo considerati esperti della sofferenza, solo per questo siamo interpellati".

Tre le direttive per agire contro le discriminazioni indicate da Nicola Labanca, professore di Storia Contemporanea presso l'Universit� di Siena: le scienze sociali, quelle biologiche e la storia. Da ultimo, lancia una provocazione: "La stampa di epoca coloniale era molto pi� ricca qualitativamente e quantitativamente di notizie sui paesi conquistati. Allora c'era una volont� dietro, un potere da favorire. Ora, nel tempo della globalizzazione, queste notizie sul resto del mondo sono pi� importanti che mai, eppure mancano".

Paola Corona

[27.6.2017 - 08:09]



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