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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
IL MASTER GERENZA CONTATTI

25 anni fa

Dream Team, un sogno
che cambiò lo sport


Il 28 settembre 1988, sul parquet olimpico di Seul, la supremazia americana nel basket venne definitivamente interrotta. Già a Monaco '72, i sovrani a stelle e strisce erano stati spodestati dai sovietici, ma sulla scia di un finale a dir poco controverso. In Corea del Sud invece, la vittoria dei "rossi" fu schiacciante. Sabonis, Marciulonis e i "compagni d'oltre cortina" si imposero 82-76 senza mai essere impensieriti realmente.

Quest'onta cinque anni dopo - ed esattamente 25 anni fa - spingerà l'orgoglio Usa a lavare la macchia schierando l'artiglieria pesante: non più una squadra di giovani universitari, ma un gruppo "da sogno" con le stelle professionistiche della Nba. La data X è quella oggi, ed è La Stampa con Mirco Melloni a ricordarla, raccontando le tappe più belle e curiose di «quella estate in cui gli dei decisero di scendere tra gli umani, una rivoluzione nel linguaggio e del racconto sportivo».

Si comincia con un antipasto della kermesse a cinque cerchi, i giochi panamericani di Portland. Sono le 20.30 spaccate quando di fronte agli inermi cubani appare «una squadra mai vista prima, e mai più rivista, paragonabile alla comparsa dell'Olanda di Johann Crujff oppure al Milan di Arrigo Sacchi, o all'esplosione di Ayrton Senna, Eddy Merckx o Valentino Rossi». Insomma «un gruppo di dodici leggende» a partire da Michael Jordan, numero uno di ogni epoca, Magic Johnson e Larry Bird, ultimo totem bianco della palla a spicchi. Una squadra che dal 136-57 di quella sera «infilò la bellezza di 14 vittorie consecutive con 47 punti di scarto medio, compreso il +32 della finale per l'oro di Barcellona contro la Croazia».

Nulla però nacque dal nulla, anzi. Quella squadra fu «creata anche a costo di dover gestire lotte intestine e rivalità latenti». Melloni ricorda l'esclusione ottenuta da Jordan nei confronti del "nemico" Isaiah Thomas, la stessa popolarità che l'allora faro dei Chicago Bulls viveva tra alti e bassi nello spogliatoio. Ma Melloni ricorda anche come tutto seppe incastrarsi alla perfezione, perché tutti a loro modo erano stelle più brillanti che mai. «Bird stava per ritirarsi, il suo sforzo fu commovente: il dolore alla schiena era ormai così forte da impedirgli non solo di giocare, ma addirittura di stare in piedi. Magic Johnson nell'autunno precedente aveva dichiarato di aver contratto l'Hiv, a febbraio aveva commosso il mondo con l'apparizione (da Mvp) all'All Star Game di Orlando, e la sua presenza ai Giochi fu da vero ambasciatore nella lotta all'Aids. Charles Barkley, invece, attirò su di sé le critiche, per il gioco duro: "Quell'angolano mi spingeva, gli ho fatto assaggiare i miei gomiti" disse».

Diversi ma uniti, unici ma anche umani, i ragazzi del ribattezzato "Dream Team" fissarono uno spartiacque. «L'Nba smise di essere un mondo isolato - scrive Melloni - smise di essere "America First" e scoprì che i buoni giocatori esistevano anche in Europa, dove invece divenne chiaro quale fosse il salto da affrontare per volare oltreoceano». A fargli eco niente meno che Sandro Gamba, ct azzurro in quel 1992: «L'effetto sul gioco fu quasi uno choc: le stelle Nba ci mostrarono quanto fosse effettivamente in alto l'asticella. Da quel momento le Olimpiadi si aprirono al professionismo, cosa che prima accadeva solo con i sovietici mantenuti dallo Stato». Un prima e un dopo: questo fu il Dream Team.

Davide Uccella

[28.6.2017 - 10:50]



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