InchiostrOnline

a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Giovanni Paparcuri

"Avanti", parola d'ordine
contro la mafia

Antonio Lamorte con Paolo Siani


Questo è l'articolo con cui Antonio Lamorte ha vinto la Borsa di studio Siani 2017.

Un fischio riecheggia nella testa di Giovanni Paparcuri da 34 anni. Precisamente dal 29 luglio 1983, quando nelle vesti di autista ha il compito di prelevare il giudice Rocco Chinnici dal suo stabile in via Pipitone, a Palermo. Quella mattina l'esplosione di un'autobomba uccide l'ideatore del pool antimafia, il maresciallo Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere del palazzo Federico Stefano Li Sacchi. Paparcuri è l'unico superstite dell'attentato; si sveglia in ospedale con il gomito distrutto, schegge conficcate nel cranio e i timpani sfondati. Con quel fischio che non lo abbandonerà più.

Appena due anni dopo gli viene affidato il compito di informatizzare gli atti stesi tra le tre stanze del bunkerino del Palazzo di Giustizia di Palermo. Quei documenti li scrivono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. «Il dottor Falcone - ricorda Paparcuri - mi affidò la password del suo computer: Avanti». Più un manifesto programmatico che una chiave di sicurezza. Anche perché, a 25 anni di distanza delle stragi di Capaci e Via D'Amelio, l'ex autista di Chinnici non traccia un bilancio positivo della lotta alla criminalità organizzata. «Purtroppo - spiega come aveva fatto già a Repubblica - è cambiato poco e niente. Basti pensare ai casi di corruzione che continuano a verificarsi in Sicilia come nel resto d'Italia, a Mafia Capitale, o ai tanti baciamano che si ripetono tutti i giorni». Potrebbe suonare cinico, ma per Paparcuri sarebbe offensivo anche nei confronti di chi ha dato la vita dire il contrario, affermare che tutto è cambiato, che tutto va bene.

Lui stesso continua comunque a impegnarsi in prima persona offrendo la sua testimonianza e il racconto di quegli anni. Ogni mattina, infatti, il fidato informatico dei giudici del pool apre le porte blindate del bunkerino per accompagnare i visitatori che arrivano dalla Sicilia e dal resto d'Italia in quello che è diventato il "Museo Falcone-Borsellino". All'interno si trovano computer e macchine da scrivere dell'epoca a fianco alle papere che collezionava il giudice Falcone, ai suoi appunti, al giubbotto antiproiettile del giudice Borsellino. Oggetti custoditi per averne memoria, ambienti conservati per essere tramandati alle nuove generazioni. Perché è culturale, secondo Paparcuri, la lotta che si deve muovere alla criminalità organizzata. «Il problema - riflette - è la voglia di mafia. Per esempio, due settimane fa a Palermo c'è stato un omicidio al mercato del Capo. Tutti a gridare: "La mafia, la mafia, è stata la mafia". E invece mafia non era, ma una questione privata risolta con metodo tipicamente criminale. Certo, si trattava di persone legate a famiglie mafiose, ma comunque l'episodio fa capire quanto il problema sia culturale». Un problema che si può affrontare soltanto guardando, appunto, avanti. Forse l'unica maniera per attenuare quel fischio che risuona da 34 anni.

Antonio Lamorte

[26.9.2017 - 10:37]



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