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a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
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D'Urso-Parodi

Donne a confronto
regine della domenica


Una indossa austeri pantaloni, l'altra opta per minigonne audaci. La prima twitta consigli di bon ton, la seconda 'cinguetta': «Femmina calda e terrona sono». Cassoeula contro pizza fritta. La sciura e la sciantosa. In altre parole, Cristina Parodi e Barbara d'Urso.

Le due conduttrici televisive, rispettivamente al timone di Domenica In e Domenica Live, si contendono lo scettro di regina della domenica e riaprono, pił o meno inconsapevolmente, l'eterna e incanaglita zuffa tra nordisti e sudisti.

I dati auditel, per ora, incoronano Maria Carmela d'Urso che individua la ragione del suo successo proprio nella tipica veracitą che la contraddistingue: «A me non importa dare sfoggio di cultura e termini tecnici, mi sento in dovere di riportare la conversazione su un linguaggio popolare e di porre le domande che in quel momento il mio pubblico vorrebbe fare, o che io stessa farei dal divano di casa mia»

«Sono tipi di intrattenimento profondamente diversi tra loro- replica la Parodi, che precisa - Io non sarei mai in grado di farlo».

Un passato differente quello delle due donne, destinato tuttavia ad incontrarsi proprio nel capoluogo lombardo.

Cristina, classe 1965, č appena diciannovenne quando lascia Alessandria, sua cittą natale, per Milano dove si iscrive alla facoltą di lettere dell'Universitą Cattolica del Sacro Cuore. «Studiavo ma mi davo anche da fare- ricorda. Facevo la correttrice di bozze per la Mondadori. Milano mi ha cambiata, aiutandomi a costruire uno stile sobrio, mai ostentato, che poi si armonizza con la mia personalitą. Qui ho assorbito le coordinate del gusto». Completamente differente lo stile di Barbara d'Urso, che ben rammenta i tempi in cui č stata costretta a lasciare London per inseguire il sogno dello spettacolo. «Quando a diciotto anni sono arrivata a Milano mi hanno subito chiesto di cambiare il nome, perché Carmelita, come mi chiamava la mia mamma, era un nome troppo terrone per loro. Cosģ sono diventata Barbara. Ma Carmelita sono io, la donna che puņ permettersi di saltare, giocare e spesso anche piangere».



Eppure c'č chi non č d'accordo con questo ennesimo tassello di campanilismo regionale.

«L'unica cosa napoletana di cui la d'Urso puņ vantarsi sono le luci che la fanno sembrare la Madonna di Pompei». E' tranchant la giornalista e blogger Beatrice Dondi, che precisa «Bisogna definire bene che valenza si vuole dare all'aggettivo 'napoletano'». «Se bastassero tette al vento, e parolacce disseminate qua e lą -continua Dondi- sarebbero in tanti ad apostrofarsi 'napoletani'. Pensi a Mara Venier o Mara Maionchi, eppure mi risulta sia un tortellino doc».

Una semantica differente quella attribuita dalla giornalista de L'Espresso all'aggettivo. «Napoletano é Renzo Arbore. Uno che porge le domande in modo da orientare le risposte del suo interlocutore. Tanto scaltro da riuscire a portare sul palco dell'Ariston una canzone come "Il Clarinetto", metafora dell'organo genitale maschile».

E sul milanese perfetto? «Ovviamente Fabio Fazio. Mai fuori le righe, posato composto, forse fin troppo. Un po' simbolo dell'eleganza meneghina».

Ma ha ancora senso addentrarci in questi eterni, e scontati, stereotipi? «Diciamoci la veritą: ormai sono solo luoghi comuni. Viviamo tempi in cui bastano poche ore e un Frecciarossa per trovarsi da Piazza Plesbiscito all'ombra della Madonnina. E questo- continua- ha cambiato tutto. Pensi a Gomorra. E' una fiction seguita anche al nord e le assicuro che i sottotitoli sono del tutto superflui. Quando qualche decennio fa la televisione passava Troisi, i miei zii di Milano non riuscivano nemmeno a comprenderlo, un bel cambiamento eh?. Ammettiamolo -conclude la giornalista- Totņ con il colbacco a Milano č ormai preistoria».

Antonio Buonansegna

[19.11.2017 - 19:44]



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