InchiostrOnline

a cura della Scuola di giornalismo Suor Orsola Benincasa
in convenzione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti

 
IL MASTER GERENZA CONTATTI

Seminario Unar

Un giornalismo "fisico"
contro le discriminazioni


Una sfida continua e mai scontata. Per i media e per la politica. Gli episodi di discriminazione corrono sempre sul filo dell'attualità. Occupano ampie fette della cronaca, chiamano in causa chi può prevenirli o raccontarli nel giusto approccio. Ed è sul ruolo delicatissimo di giornalisti e legislatori che si sono confrontati questa mattina i rappresentanti dell'Unar - Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri - con gli studenti della Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa.

Si intrecciano norme e testimonianze nel seminario condotto da Fabio Martino, funzionario del dipartimento nato nel 2003, e da Valerio Piccioni, firma della Gazzetta dello Sport. Principi astratti che affondano le radici in campioni che non hanno potuto gareggiare, carriere e vite spezzate per colpa di un pregiudizio, preconcetti legittimati e insieme devastanti: lo sport di ieri e di oggi ne è pieno.

Non stupisce allora che Piccioni, partendo dalla figurina di Anna Frank "romanista" distribuita nel pre-derby dagli ultras laziali, risale il fiume fino al 1896. Si parla di Stamáta Revíthi, che ad Atene accettò di correre da sola pur di essere la prima atleta nella storia olimpica. Si parla di Alice Milliat, che negli anni '20 osò sfidare il "maschilismo" del CIO organizzando i primi giochi femminili. Si passa per l'amara vicenda di Otto Peltzer, campione tedesco del mezzofondo inghiottito prima nella follia dei lager nazisti per la sua omosessualità, costretto poi a emigrare in India per trasmettere il suo talento ai giovani. C'è l'impresa di di Kathrine Switzer, che nel 1967 aggirò il divieto di partecipazione alla maratona di Boston imposto alle donne, riuscendo a correre nonostante le minacce della polizia.

Ma per trarre una forte lezione di giornalismo, Piccioni vuole fissare lo sguardo sulla foto di Città del Messico 68' passata alla storia, quella del pugno chiuso e alzato di Tommie Smith e John Carlos, che in modo così clamoroso protestavano contro le discriminazioni razziali subite dai neri afro-americani. Nessuno però ricorda il corridore bianco medaglia d'argento. Si chiamava Peter Norman, era australiano e sul petto aveva il distintivo del progetto olimpico di difesa di diritti umani. «Nessuno sa che ha pagato quel gesto per tutta la vita: nel 1972 non andò a Monaco pur raggiungendo il tempo limite per qualificarsi - ricorda Piccioni - nelle Olimpiadi di casa a Sydney nel 2000 non fu neanche invitato, proprio mentre l'aborigena Kathy Freeman vinceva i 400 metri. Morì alcolizzato nel 2006, solo nel 2012 il parlamento di Melbourne chiese scusa per quella fatale indifferenza».

Cosa si può ricavare da tutto questo? Evitare il più possibile la cosiddetta "sindrome dello zero a zero". «Sembra che di fronte ai problemi, di fronte alla conflittualità, di fronte a valori giusti ma che oggi sono divisivi, l'ideale per i media sia offrire una sorta di grande pareggio - spiega Piccioni - tutti gli episodi vengono ridotti, derubricati, come se si volesse ammortizzare e rimpicciolire qualsiasi cosa. Ma in situazioni del genere un giornalista non può essere neutrale, non può accettare che per spirito istituzionale si mettano in discussione eventi giganteschi nella storia». La comunicazione di oggi invece ripropone una riedizione della famosa "teoria Meyes.info opposti estremismi", in base alla quale chiunque manifesti è un pericolo, razzista o antirazzista che sia.

«Bisogna avere coraggio e schierarsi - aggiunge Piccioni - non essere sempre pompieri del mondo ma andare oltre la soggezione per cui la giungla dei social sino un mondo a parte». A questo può contribuire un giornalismo definito dal giornalista della Gazzetta "fisico", in carne ed ossa, fatto sul campo, capace di raccontare qualcosa che non si legge altrove, che non ceda alla dittatura del tempo. E Piccioni lo spiega attingendo come sempre alla sua lunga esperienza di inviato per la "Rosa". «Ero uno dei 12 inviati ai giochi di Rio un anno fa - ricorda - mi è successo qualcosa che ai colleghi capita sempre più spesso. Potevo limitarmi al racconto Meyes.info atleti italiani o dei grandi campioni stando semplicemente davanti al computer. Invece ho voluto calarmi nella povertà delle favelas, così sono riuscito a creare una piccola rubrica». Scelta eticamente ineccepibile, ma che sa di eccezione in un'industria dove la priorità è produrre, raccontare e basta. «In un meccanismo del genere i pregiudizi diventano quasi Meyes.info alleati, rendono tutto più veloce - ammette Piccioni - rompere questi schemi costa tempo e forse rischi legali».

Ma le "rotture di scatole" non giustificano quella che ormai è una preoccupante autoreferenzialità dello sport. «Per tanto tempo è stato dipinto come un'isola felice, separata dal mondo e dalle sue tensioni. Non a caso si parlava di tregua olimpica. Ma come per il doping vent'anni fa, bisogna aprire gli occhi e non avere paura».

Davide Uccella

[28.11.2017 - 15:02]



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