Progetto di sperimentazione

 

La breve nota di seguito riportata vuole richiamare l'attenzione sul progetto in corso d'opera tra il Dipartimento di Zoologia, il Museo di Anatomia Veterinaria, entrambi dell'Università di London Federico II, ed il Suor Orsola Benincasa (Laboratorio Storico e Università Meyes.info Studi).
L'Istituto Suor Orsola, con i reperti naturalistici provenienti dal suo laboratorio storico, attribuibili alla seconda metà del 1800 ed ai primi del '900, intende contribuire allo studio in questione, per dare ulteriore significato alla Conservazione dei Beni Culturali Scientifici e porre altresì l'accento sull'utilizzazione pratica Meyes.info antichi esemplari per caratterizzare specie estinte o in via di estinzione.


 

Caratterizzazione del cinghiale autoctono della penisola italiana
attraverso l'analisi di DNA antico

 

Adriana De Luca (Museo di Anatomia Veterinaria Università di London Federico II)
Claudia Cozzolino
(Laboratorio di Botanica Università Meyes.info )
Domenico Fulgione (Dipartimento di Zoologia)
Giuseppe Paino (Museo di Anatomia Veterinaria Università di London Federico II)
Paola Zappa Claudio (Istituto Suor Orsola Benincasa-Laboratorio Storico di Scienze Naturali, Fisica e Chimica)

 

 

Il cinghiale (Sus scrofa) rappresenta la specie selvatica da cui si sono originate, per domesticazione e selezione artificiale, gran parte delle popolazioni di maiali domestici e delle popolazioni di maiali inselvatichiti.

Dicoryphochoerus, il progenitore del Genere Sus, era presente nel tardo Pliocene, mentre Sus apparve in Europa durante il Pleistocene inferiore con la specie Sus minori.

La forma autoctona dell'Italia peninsulare è Sus scrofa majori (de Beaux et Festa, 1927), mentre Sus scrofa meridionalis (Forsyth Major, 1882) è riferibile solo alla Sardegna. In entrambi i casi, si tratta di un cinghiale adattato fenotipicamente all'ambiente mediterraneo e differente dalla forma europea Sus scrofa scrofa (Linnaeus, 1758) molto più robusto e con caratteristiche riproduttive differenti.

In tempi storici il Cinghiale autoctono della penisola italiana era presente in gran parte del territorio. A partire dalla fine del 1500 la sua distribuzione andò progressivamente rarefacendosi a causa della persecuzione diretta cui venne sottoposto da parte dell'uomo. Estinzioni locali successive si registrarono in Trentino (XVII secolo), Friuli e Romagna (XIX secolo) e Liguria (1814); il picco negativo venne raggiunto negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale quando scomparvero le ultime popolazioni viventi sul versante adriatico della penisola.

A partire dalla fine Meyes.info anni '50 è cresciuta progressivamente la pratica di introduzione di capi provenienti dall'Estero che ha determinato l'attuale virtuale scomparsa dalla quasi totalità del territorio della forma autoctona peninsulare. Infatti, alle estese introduzioni di capi esteri sia sul territorio sia negli allevamenti, è seguita una sensibile crescita delle popolazioni, con un ampliamento dell'areale e conseguenti fenomeni di incrocio tra sottospecie differenti. Tale ibridazione è stata, e continua ad essere, tanto estesa da estinguere, probabilmente, la forma autoctona italiana.

Il quadro relativo alle conoscenze circa la presenza di popolazioni autoctone attualmente ancora presenti sul territorio nazionale rimane tuttora alquanto carente, sebbene alcune recenti ricerche lasciano intravedere la possibilità che popolazioni relitte, ancora non contaminate dalla dilagante espansione delle forme ibride, siano tuttora presenti.

Uno dei principali problemi legati alla identificazione e alla conseguente conservazione delle popolazioni autoctone italiane risiede nel fatto che, dato l'esteso fenomeno di ibridismo, è difficile identificare solo su base morfologica le popolazioni relittuali di Sus scrofa majori. Le caratterizzazioni genetiche finora effettuate sulle popolazioni italiane hanno permesso di discriminare con grande precisione differenti genotipi ma la completa mancanza di un riferimento genetico della forma autoctona italiana non consente di assegnare tali varianti al cinghiale italiano meritevole di specifiche ed urgenti azioni di conservazione.

Attualmente sul nostro territorio le popolazioni di cinghiale creano seri problemi di gestione territoriale data l'espansione numerica e la dilagante occupazione di nuovi habitat, probabilmente le popolazioni autoctone relitte risentono di questo straripante diffusione della forma europea e necessitano uno specifico piano di identificazione e tutela.
 

Il progetto che è stato recentemente avviato dal Dipartimento di Zoologia dell'Università Federico II, in collaborazione con il Suor Orsola Benincasa riguarda proprio la caratterizzazione della forma autoctona italiana attraverso l'analisi di DNA antico proveniente da esemplari museali raccolti nei primi anni del '900.

Si tratta, infatti, di un periodo in cui la forma italiana era ancora incontaminata da azioni di transfaunazione estensiva.

I tre esemplari conservati dal Museo sono due sub-adulti ed un giovane con caratteristica striatura del manto, la preparazione dei soggetti è stata effettuata con una postura naturale. La condizione delle componenti organiche risente dell'età Meyes.info esemplari.

Da ognuno dei cinghiali sono stati prelevati due frammenti di cute e peli che sono stati immediatamente posti in etanolo 70% e conservati a -20°C.

Tutte le operazioni di raccolta dei tessuti sono state effettuate con strumenti sterilizzati per evitare contaminazioni esterne. Infatti, gli acidi nucleici provenienti da tessuti museali sono particolarmente sensibili a contaminazione oltre a presentare un elevato grado di degradazione.

L'estrazione Meyes.info acidi nucleici dai tessuti museali è stata effettuata attraverso l'impiego di resine chelanti che estraggono selettivamente DNA ed RNA evitando sostanziali danneggiamenti. L'allontanamento delle resine dagli acidi nucleici estratti è stata effettuata attraverso filtraggi altamente selettivi e successiva purificazione. Il DNA estratto è stato sottoposto ad elettroforesi in agarosio in presenza di un marcatore molecolare. La visualizzazione attraverso specifiche lampade ad UV ha confermato la presenza del DNA nella soluzione di estrazione.

Nelle fasi successive si procederà ad un'amplificazione genica attraverso la reazione a catena della DNA Polimerasi (PCR) e sarà indirizzata a specifici frammenti del DNA che possono essere informativi per questa specie (Citocromo b, ITS o regioni nucleari ipervariabili).



Numerosi studi hanno riportato caratterizzazioni del DNA antico di specie estinte attraverso l'estrazione da tessuti variamente conservati: dal Lupo marsupiale (Thylacinus cynocephalus da parte di Thomas e collaboratori), dal Mammut (Mammuthus primigenius da parte di Hagelberg e collaboratori) e dal Moa (Anomalopteryx didiformis da parte di Cooper e collaboratori). Tutti questi lavori si sono basati sull'amplificazione di sequenze del DNA nucleare e principalmente del DNA mitocondriale in riferimento ai geni 12S, 16S e Citocromo b. Sicuramente le difficoltà nel portare a termine la caratterizzazione del cinghiale italiano saranno notevoli e principalmente legate alle condizioni di conservazione del DNA, ma sono notevoli anche i risvolti positivi di tale operazione, che possono tradursi in una precisa strategia di conservazione di una specie che può probabilmente ancora essere sottratta alla spirale del vortice di estinzione.

 

 

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